Cannes 70: “Les fantomes d’Ismael”, un’apertura che non entusiasma

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Non è stata l’apertura che ci si aspettava, per il 70° Festival di Cannes. L’atteso “Les fantomes d’Ismael” di Arnaud Desplechin (“I re e la regina”, “Racconto di Natale”, “Jimmy P.”), ricompensensato dal direttore Thierry Fremaux dopo che “I miei giorni più belli” nel 2015 era stato rifiutato dalla selezione ufficiale, non ha accontentato quasi nessuno. Non gli spettatori più cinefili, o solo un parte, dei quali è uno dei beniamini, non chi è più attento alle star e a un cast di sicuro richiamo: Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg e Louis Garrel.
Il film però non è male e contiene diversi motivi d’interesse, pur con alcuni limiti. Inizia come thriller a incastri, caleidoscopico alla “Ulisse” di Joyce, non a caso si investiga sull’identità di un diplomatico dal percorso molto anomalo e dal nome indicativo, Ivan Dedalus. La storia, pur non perdendo in complicazioni e divagazioni, diventa poi un più ortodosso triangolo amoroso, al cui centro c’è il regista Ismael (un mercuriale Amalric). Tra il suo mondo immaginato e il film cui lavora si mette la vita, la donna con cui vive, Sylvia (Gainsburg), e la ricomparsa della prima moglie Carlotta Bloom (Cotillard) creduta morta da 21 anni.
“Les fantomes d’Ismael” è incubi, fughe, molteplicità, struggimento, rimpianto. E la scelta di Amalric come interprete non poteva essere più indovinata.
Dedalus viene da Roubaix, ed è una delle poche cose certe di lui, del resto viene dalla città della classica ciclistica del pavé il regista stesso, e anche questo non è casuale. È una confessione o terapia, e le citazioni di Jacques Lacan sono una rivelazione, oltre che strumento di analisi sul cinema e il linguaggio. E tornano più che mai temi cari al cineasta come vita e arte, realtà e sogno, le relazioni e la famiglia.
La prima parte è molto affascinante, poi perde verve, si avvita su se stesso, si ritrova a tratti, ma da Desplechin ci si aspetta ancora di più, invece fa fatica a tenere insieme tutto: la parte sul set è fiacca, le divagazioni (a Dushambé) un po’ inutili, i registri sono troppi, ma diventa un po’ farsa e perde progressivamente mistero.
La messa in scena è fin troppo raffinata, con finestrini del treno che diventano schermi e riprese nello specchio che da apparenti scavalcamenti di campo e fuori fuoco si rivelano solo alla fine per quel che sono. Si parla di pittura (dalla prospettiva pittorica nel ‘400 in Italia e in Olanda, rivelazione per Desplechin di due modi di pensare diversi, a Jackson Pollock interpretato come artista figurativo a Pablo Picasso), filosofia e cinema, c’è ovviamente Pirandello. Hitchcock è presente in più parti, esplicitato da un brano della musica di Bernard Herrmann per la colonna sonora di “Marnie”. Sempre in tema musicale, Cotillard balla in modo a dir poco straniato su “I ain’t me babe” di Bob Dylan.
Oggi inizia la competizione per la Palma con “Loveless – Nelyubov” di Andrei Zvyagintsev e “Wonderstruck” di Todd Haynes, da libro di Brian Selznick, lo stesso scrittore di “Hugo Cabret”.
Nicola Falcinella

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