Berlinale 69. “L’adieu à la nuit” di André Téchiné

“Addio alla notte” si apre con un campo pieno di alberi di ciliegio in fiore immerso nella luce serale, attraverso il quale Muriel (Catherine Deneuve) e il suo socio Youssef camminano discutendo come affrontare il problema dei cinghiali che invadono il frutteto. Ci troviamo in piena campagna, dove Muriel gestisce una fattoria ed un maneggio di cavalli. La sua giornata si svolge fra la cura dei cavalli, le lezioni di equitazione, il raccolto e l’amministrazione della sua azienda. Una vita ordinata, soddisfacente, felice. Lila (Oulaya Amamra), una giovane ragazza che Muriel conosce da quando era bambina ed amica d’infanzia di suo nipote Alex, lavora con lei alla fattoria. Lila lavora anche ad una casa famiglia per anziani, dove si prende amorevolmente cura delle pazienti, rifiutandosi però di lavare i pazienti di sesso maschile. Il suo colloquio con la direttrice della struttura su questo argomento dimostra la risolutezza della giovane donna a non accettare compromessi su questioni che tocchino la sua religione ed offre un primo spiraglio sulla sua determinatezza a seguire delle regole per lei irrefutabili.
Alex, il nipote di Muriel, annuncia il suo ritorno dopo una lunga assenza e viene atteso da sua nonna con grande aspettazione. Muriel ha cresciuto il ragazzo dopo la morte di sua figlia, la madre di Alex. Con tenerezza e curiosità, Muriel accoglie il giovane. Tuttavia Alex sembra guidato da una rabbia e da un’irrequietezza indefinibili, sottraendosi a quel legame profondo che Muriel considerava consolidato. Sorpresa, Muriel si rende conto che suo nipote si è nel frattempo convertito all’Islam. Ben presto scopre che lui e Lila  stanno programmando un viaggio in Siria per unirsi alla jihad. Con perplessità, Muriel osserva il rigoroso rifiuto del ragazzo di vivere all’insegna della libertà, della gioia, dell’amicizia e dell’amore, concetti ormai estranei ed irrilevanti per lui. Con veemenza e con tutti i mezzi possibili, cerca di fermare il nipote. Ma non riuscirà più ad avvicinarsi a lui.
Nel film assistiamo allo spettro del terrorismo irrompere in un nucleo familiare sotto forma di attiva rottura da parte del nipote di un legame parentale profondo. Una rottura fatta di bugie, silenzi e tradimenti. Davanti ai dubbi di Alex su quanto sia moralmente sostenibile derubare sua nonna per finanziare il viaggio in Siria, Lila lo convince ribadendo che non è peccato rubare a una “Kuffar” (una miscredente). Accettando questa definizione per colei che l’ha cresciuto, Alex rompe definitivamente ogni legame ed ogni debito morale verso Muriel e verso il suo passato. Questa rottura viene sottolineata da un’ulteriore scena: Alex si reca al cimitero dove è seppellita sua madre e rimane immobile di fronte alla sua tomba. Poi sradica violentemente la pietra tombale  e la getta in mare, in un gesto che vuole cancellare ogni ricordo, ogni dolore, ogni legame che possa distogliere lo sguardo da una causa, la “guerra santa”, che non accetta compromessi e debolezze. Il Leitmotiv del film rimangono i rapporti: Catherine Deneuve propone in maniera convincente e commovente la sua figura di donna forte ed indipendente che crolla di fronte all’impossibilità di salvare il nipote, e con lui il loro rapporto,
Inizialmente, Téchiné ha affrontato l’argomento attraverso la lettura di un libro pubblicato in Francia con interviste in cui giovani francesi parlano della loro esperienza di jihad in Siria. Realizzando la sceneggiatura del film, il regista rende – attraverso la figura di Muriel  –  la “domanda senza risposta” all’interno di rapporti familiari il tema conduttore del film. Muriel esprime incredulità e impotenza di fronte a una decisione che mette in questione i nostri valori, le nostre emozioni, i nostri legami, tutto ciò che rende preziosa la nostra esperienza di vita. Tuttavia “Addio alla notte” non condanna, ma solleva domande. Cerca di capire, ma non dà risposte. Lascia a noi, spettatori e spettatrici, il compito della riflessione.
Caterina Lazzarini

 

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