Berlinale 69. GOD EXISTS, HER NAME IS PETRUNYA

In una fredda giornata di gennaio, Petrunya (Zorica Nusheva), 32 anni e una laurea in Storia che non le offre alcune opportunità di impiego, dopo l’ennesima lite con sua madre (Violeta Shapovska) che la vorrebbe più docile, più femminile, più magra, più diversa da se, si arrende alle pressioni familiari e si presenta ad un colloquio di lavoro di semplice segretaria in una fabbrica tessile. Tornando avvilita ed indignata da un’ulteriore esperienza denigrante fatta di offese e molestie sessuali, Petrunya si trova a vagare per le strade rurali del suo villaggio natale macedone. Proprio in questo giorno, un rito cristiano-ortodosso si svolge lungo il fiume. Il rito consiste nel lancio di una croce di legno nelle acque ghiacciate. Secondo la superstizione religiosa, colui che riesca a trovare e a salvare la croce dal fiume vivrà un anno di felicità e successo e verrà festeggiato come eroe. La competizione è tradizionalmente riservata agli uomini.

Senza pensarci troppo e spinta da un impulso a lei finora sconosciuto, Petrunya si tuffa in acqua ed afferra la croce, fra lo sgomento generale. Un atto di emancipazione inaudito che le scaglia contro la rabbia degli uomini pubblicamente umiliati e pronti a tutto per riconquistare questo simbolo di potere patriarcale.

Fin dall’inizio, la regista Teona Strugar Mitevska mette in scena il suo personaggio principale, Petrunya, come eroina femminista che si afferma con inaspettato coraggio e fiducia in se stessa contro i modelli di società tradizionale. Pur non riuscendo a trovare un lavoro ed essendo ripetutamente esposta a critiche immensamente feroci sul suo corpo, Petrunya non appare mai come una vittima, ma sempre e solo come una combattente.

L’estetica del film si basa sulla grande presenza dell’attrice, sulla forza dei primi piani e su composizioni fotografiche che catturano il simbolismo della rottura del rito arcaico, trasformandole in un immaginario di emancipazione senza compromessi. Il balzo in acqua di Petrunya, la difesa del trofeo contro la folla inferocita del branco maschile e contro le forze dell’ordine in collusione con le autorità religiose ricordano iconograficamente i pogrom, le “pulizie” etniche, la caccia alle “streghe”, gli esodi biblici e la tanto attuale caccia ai migranti.

La regista Teona Strugar Mitevska porta avanti il suo messaggio in maniera stoicamente femminista, quasi per assicurarsi che anche l’ultimo ignorante sciovinista fra il pubblico lo capisca. Petrunya viene portata in commissariato con l’intento di convincerla a restituire la croce, ma non può essere formalmente arrestata poiché non ha commesso un crimine contro lo stato di diritto, ma contro il patriarcato. Una distinzione che sia Petrunya che la giornalista di cronaca Slavica (Labina Mitevska) sottolineano ripetutamente, esponendo il sessismo e la misoginia della società macedone, inerenti anche alla religione cristiano-ortodossa, e formulando un chiaro appello per la separazione tra stato e chiesa.

Un filo satirico ed umoristico attraversa il film. Si sviluppa nei dialoghi fra Petrunya, il sacerdote e il capo di polizia, nelle urla rivendicatorie del branco, la cui mancanza di veri argomenti viene smascherata, mostrandone, nonostante la reale violenza, anche la fondamentale debolezza e il ridicolo. Seppure “God Exists, Her Name Is Petrunya” si ispiri ad eventi realmente accaduti (nel 2014, nella Macedonia Orientale una donna causò uno scandalo con la sua partecipazione indesiderata al rituale della croce gettata nel fiume), il film di Teona Strugar Mitevska vuole rappresentare la narrazione paradigmatica del fenomeno globale della misoginia aggressiva. La folla di uomini inferocita che insegue Petrunya fino al commissariato di polizia ricorda i troll sessisti di Facebook e Twitter, i movimenti “masculinisti” e tossicamente misogini di Incel o della “Lega del Lol” che vedono nelle richieste di uguaglianza, nel #metoo e nella fine della paura e del silenzio delle donne una minaccia esistenziale alla loro debole identità.

Si potrebbe criticare che la parabola filmica di “God exists, her name is Petrunya” voglia comunicare il proprio messaggio in maniera troppo semplicistica ed inadatta ad un pubblico intellettualmente più sofisticato e scettico. Purtroppo questa critica sembra non aver colto il sarcasmo e l’umorismo che traspare proprio nelle scene più “didattiche” del film.

La vera forza di “God exists, her name is Petrunya” non è il messaggio femminista, ma Petrunya stessa, l’emozionante protagonista, dalla quale accanto alla sua risolutezza traspare sempre una profonda umanità. La paura e l’insicurezza catturate dalla telecamera nei lunghi primi piani del viso di Petrunya, le sue lacrime e la sua vulnerabilità non mettono mai in dubbio la sua determinatezza. È quella profonda, coraggiosa umanità senza la quale nessuna lotta emancipatoria, nessuna aspirazione alla felicità possono avere senso e fondamento.

“God Exists, Her Name Is Petrunya” è un film sul talvolta difficile cammino verso l’emancipazione e la libertà, con tutti i suoi pericoli, i suoi avversari ma anche le sue alleate ed i suoi alleati. La grande forza del concetto di Teona Strugar Mitevska è che il suo film riflette l’affermazione di Slavica sull’uguaglianza di genere nella costellazione delle sue figure, rinunciando tuttavia ad attribuzioni sessiste, andando al di là della semplice denuncia e offrendo una prospettiva, un orizzonte, una possibilità di cambiamento reale.

 

Caterina Lazzarini

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