Festival di Cannes. Moretti, Jia Zhang-ke e Haynes favoriti. “Mia madre” premio giuria ecumenica

Senza un film che abbia messo d’accordo tutti, il 68° Festival di Cannes attende trepidante l’annuncio dei premi domani sera. Il pronostico, in una competizione squilibrata come rare volte è accaduto, è abbastanza arduo. Ma è molto difficile che all’Italia, in gara con tre film, non spetti un premio importante e magari due riconoscimenti. I maggiori favoriti sono “Mia madre” di Nanni Moretti, “Carol” di Todd Haynes e “Mountains May Depart” del cinese Jia Zhang-ke. Il primo ha emozionato il festival, è stato acclamato dai francesi e potrebbe mettere d’accordo la giuria presieduta dai fratelli Coen nel caso di divisioni insanabili interne. Per iniziare Moretti ha vinto il premio della giuria ecumenica. Il regista di “Lontano dal paradiso” è tornato con un’opera che a qualcuno è sembrata simile a quella e non altrettanto dirompente, ma è un melodramma potente di cinema di gran classe con interpreti (Cate Blanchett e Rooney Mara) perfette. Il Leone d’oro per “Still Life” ha portato uno dei suoi film più riusciti, critica alla Cina di ieri, di oggi e di domani, a capitalismo selvaggio, alla perdita di radici con momenti straordinari e una chiara tendenza al melò.

Una sorpresa potrebbe essere “Saul fia – Il figlio di Saul” dell’ungherese Laszlo Nemes, che ha già vinto il premio Fipresci della critica, un film ad Auschwitz diverso da tutti, con una regia energica e potente. Possibile un premio al regista o al protagonista Geza Rohrig.

Su 19 titoli in competizione, quasi metà si sono mostrati non all’altezza e difficilmente figureranno nel palmares. Sotto le aspettative soprattutto il cinema francese: i due migliori di casa sono “Dheepan” di Jacques Audiard e “La loi du marché” di Stéphane Brizé, in lizza soprattutto con il protagonista Vincent Lindon.

Non ha molte chance, almeno per i premi maggiori, “The Assassin” del taiwanese Hou Hsiao-Hsien, un wuxia riletto nella Cina antica, un genere che nei festival gode di poca considerazione.

I film che più sparigliano le carte sono gli altri due italiani, “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone e “La giovinezza” di Paolo Sorrentino. Entrambi potrebbero prendere molto o nulla, ma difficilmente verranno ignorati entrambi. Sorrentino è stato più discusso, ha diviso di più, ma ha fatto anche gridare al capolavoro. Garrone, già due volte Gran prix della giuria, è con la sua fiaba horror nella stessa posizione di Hou.

Possibili outsider possono essere “Our Sister” del giapponese Hirokazu Kore-Eda e il messicano “Chronic” di Micher Franco con Tim Roth.

Fuori dai giochi “Macbeth” di Justin Kurzel, l’ultimo in ordine di presentazione. Un adattamento del quale si poteva fare a meno, senza originalità (a meno che si consideri tale l’ultima parte virata in rosso), senza punto di vista, nulla: un adattamento piatto non salvato neppure da Michael Fassbender e Marion Cotillard nei ruoli principali.

Nicola Falcinella

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