A Cannes “Cuori puri” di Roberto De Paolis, l’energia di un incontro

locandina

Il cinema italiano sembra avere infinite riserve di storie di giovani e attori emergenti in grado di trascinarle. Una delle sorprese del Festival di Cannes è “Cuori puri”, esordio alla regia di Roberto De Paolis, figlio del distributore Valerio, applaudito nella sezione Quinzaine des realisateurs. Agnese ha rubato in un supermercato ed è inseguita per strade deserte dal sorvegliante Stefano. Immediatamente il rapporto tra loro non è più solo tra ladruncola e inseguitore, si avverte una tensione speciale. E se il giovane la lascia andare, forse non è un atteggiamento pietistico verso una persona che ha bisogno. Il film cattura fin da questa prima scena, dall’energia che cattura e libera. Siamo nel quartiere di Tor Sapienza, periferia orientale di Roma. Agnese vive con la madre Marta (Barbora Bobulova) e insieme frequentano la parrocchia, entrambe volontarie nel gruppo che si occupa di accoglienza ai migranti. Il piccolo furto è dettato dal fatto che la genitrice le ha sequestrato il cellulare, e Agnese confessa al parroco il peccato e, con la sua migliore amica, si prepara al voto di purezza fino al matrimonio. Intanto Stefano ha perso il posto dentro il supermercato e deve accontentarsi di lavorare come custode del parcheggio, alle prese con i rom accampati lì accanto, mentre i suoi genitori sono sotto sfratto. Un giorno i due giovani si ritrovano per caso e la simpatia reciproca li porta a rivedersi,così la promessa della protagonista rischia di vanificarsi. Il regista sta molto addosso ai due, all’inquietudine di lei e alla rabbia di lui, sempre pronto a metterla sul piano della forza. De Paolis racconta la precarietà esistenziale e lavorativa, dove basta poco per perdere occupazione o casa, e la pervasiva paura del diverso e di ciò che non si conosce, segnatamente degli zingari. Una periferia dove non ci si fa scrupoli di spacciare ai dodicenni e nella quale le maldicenze sono più forti dell’impegno di qualcuno nell’accoglienza. E il pregiudizio e la diffidenza non hanno neanche bisogno di una superficie sotto la quale celarsi ed esplodono alla prima occasione. Se il punto di vista del regista è diffidente verso la religione, per una volta questa non è usata come elemento pittoresco o ridicolo e la figura di don Luca (il bravo Stefano Fresi) è tra le più riuscite e sua è la battuta migliore: “Gesù è come il navigatore dell’auto, se ti perdi, non si arrabbia ma ti reimposta le indicazioni”. Un grosso merito è la scelta azzeccata dei due protagonisti, Selene Caramazza e Simone Liberati, che funzionano molto bene insieme, c’è il giusto mix di attrazione immediata e timore, respingimento, è grazie a questo che il film cattura da subito. Oltre a Fresi è efficace anche Edoardo Pesce nei panni dell’amico di lui. Tra i difetti, oltre a qualche eccessiva sottolineatura, c’è il rapporto tra madre e figlia troppo poco definito. “Cuori puri” è un film fisico, pervaso da una tensione e un’energia, fatto di strade anonime, piazzali assolati e spiagge deserte, ma anche di persone che cercano qualcosa e, a modo loro, lottano.
Nicola Falcinella

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