Cannes 70: Campillo e Kawase, primi premi e favori di un pronostico incerto

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È forse il pronostico più difficile da molti anni al Festival di Cannes, per un concorso memorabile solo per l’essere stato al di sotto al di sotto delle attese oltre che del livello solito della manifestazione cinematografica più attesa e frequentata. La kermesse della Croisette ha festeggiato il 70° senza troppo sfarzo e senza entusiasmi, soprattutto con troppe misure di sicurezza che hanno complicato la vita e il lavoro degli accreditati e del pubblico. Un’edizione che domani sera andrà in soffitta più con il ricordo delle polemiche (quella su Netflix per prima) che per i colpi di scena e i grandi film. Su 19 titoli del concorso sono in parecchi a battersela per la Palma e soprattutto per gli altri riconoscimenti. Meglio partire da chi sembra fuori dai giochi. Cominciando dai due prodotti del gigante di internet che il presidente di giuria Pedro Almodovar si è detto poco intenzionato a premiare perché non destinati a una visione nelle sale. Si tratta della peraltro fiacca favola ecologica “Okja” del coreano Bong Joon Ho (“Snowpiercer”) e del più interessante “The Meyerowitz Stories” che segna una nuova tappa, forse di crescita, nel percorso del newyorkese Noah Baumbach. Poche chance pare abbiano “La redoutable” di Michel Hazanavicius e “You were never really here” dell’inglese Lynne Ramsay passata quasi nel disinteresse generale l’ultimo giorno. Anche Michael Haneke, che ha già in bacheca le Palme vinte per “Il nastro bianco” e “Amour”, sembra escluso dai premi, un po’ per i precedenti, un po’ perché “Happy End” per quanto buono non rappresenta un suo vertice. Anche Todd Haynes, al contrario in passato non amato dalle giurie, non sembra in lizza, salvo sorprese, con il suo “Wonderstruck” che parte faticosamente con due storie in parallelo e decolla solo nell’ultima parte a New York dentro il Museo di storia naturale e camminando sul plastico della città per raggiungere finalmente la meraviglia. Pure “Rodin” di Jacques Doillon, la vita del celebre scultore raccontata in alcuni momenti creativi e nel rapporto con le donne, distanziandosi però dalla biografia classica, non ha convinto molti, ma il suo protagonista Vincent Lyndon potrebbe essere tenuto in considerazione.
Tra i maggiori indiziati alla Palma, invece, due titoli che oggi hanno ricevuto riconoscimenti di giurie non ufficiali ma molto indicative: “120 battiti al minuto” del francese Robin Campillo (acquistato per l’Italia da Teodora) ha ricevuto il premio della giuria Fipresci, mentre “Hikari – Verso la luce” della giapponese Naomi Kawase il premio della giuria ecumenica. Se la Kawase è un nome noto del palmarès, avendo vinto il Gran Prix nel 2007 con “The Mourning Forest”, Campillo, noto come montatore e sceneggiatore di Laurent Cantet, ha parecchie carte in mano, compresa quella dell’impegno civile e sociale, raccontando di un gruppo che a fine anni ’80 lottò per portare la questione Aids all’attenzione dell’opinione pubblica.
Tre film che potrebbero mettere d’accordo la giuria sono il russo “Loveless – Nelyubov” di Andrei Zvyagintsev, il coreano “Geu-Hu – The Day After” di Hong Sang-Soo e “L’inganno – The Beguiled” di Sofia Coppola. Nessuno dei tre sorprende, ma conferma le proprie tematiche e il proprio stile. Il primo tratta una storia familiare, con marito e moglie benestanti che si disinteressano del figlio finché questi sparisce nel nulla, per denunciare la crisi morale della Russia di oggi. Scritto, diretto e interpretato molto bene, non raggiunge le vette del precedente “Leviathan”, e pecca di eccessiva programmaticità. Il prolifico autore orientale porta un’altra variazione sul tema del caso, dei sentimenti, della ripetizione e dell’arte, con una commedia leggera che vede un editore con poca memoria alle prese con tre donne, interpretati da attori ispirati.
Più che fare un remake di “La notte brava del soldato Jonathan” (1971) di Don Siegel con Clint Eastwood, la Coppola assume un punto di vista femminile prendendo vergini non suicide intorno a una regina (Nicole Kidman) per turbare un soldato ferito (Colin Farrell ridotto a corpo immobile e desiderato): il cast (Kirsten Dunst, Elle Fanning e le altre) è così perfetto da essere prevedibile.
Un film che ha le carte in regola per piacere ad Almodovar è certamente “L’amant double” di Francois Ozon con Marine Vacth (scoperta proprio da Ozon in “Giovane e bella”) che non si risparmia anche in scene provocatorie di nudo, in un film costruito in modo fin troppo elegante, pieno di rimandi da Hitchcock a Cronenberg, dove c’è il doppio e il rovesciamento di tutto.
Pur applaudito, ha anche diviso molto “Aus dem nichts – In the Fade” di Fatih Akin, storia in tre parti viscerale ma forse meno rozza di quel che sembra (e più credibile del precedente “Il padre”). Il regista turco-tedesco di “La sposa turca” e “Soul Kitchen” è tipo da sentimenti forti e poche mezze misure. Katja (Diane Kruger) ha sposato un turco ex spacciatore che ora fornisce servizi fiscali prevalentemente agli immigrati. Un giorno l’uomo, con il figlioletto, muore per una bomba piazzata fuori dall’ufficio probabilmente da neo-nazisti. La donna crede di aver visto la sospetta e si batte per arrivare la verità: nonostante i tanti indizi, la coppia accusata è assolta dai giudici nel lungo percorso processuale. Nella parte conclusiva, Katja segue la coppia per una vacanza in Grecia, scoprendo anche una rete che unisce i neo-nazisti tedeschi ad Alba dorata, in cerca di vendetta. Un film deluso dalla giustizia europea, e con tante possibili interpretazioni, che forse non può aspirare a premi importanti, ma ha forse la carta Kruger tra le interpreti.
Ci sono poi due mine vaganti, che è probabile portino a casa qualcosa e non sarebbe una bella notizia. “The Square” dello svedese Ruben Ostglund (“Forza maggiore”) parte bene per perdersi in un accumulo di situazioni che vorrebbero disturbare e invece non vanno da nessuna parte e annoiano. Programmaticamente ancora più disturbante vorrebbe essere “The Killing of a Sacred Deer” del greco Yorgos Lanthimos (“Dogtooth” e “The Lobster”) con Farrel e Kidman di nuovo insieme, stavolta in coppia e con ruoli diversi. Lui è il cardiochirurgo affermato e lei la bella bambolina, mentre tra loro si inserisce un adolescente, Martin, che sembra un po’ disturbato e un po’ mandato dal destino a vendicare il padre. La tragedia greca più l’intruso di tanto cinema americano (siamo a Cincinnati) in un film freddo e irritante fin dalla sequenza iniziale con un’operazione a cuore aperto in primo piano sullo “Stabat Mater” di Schubert. Meno quotato è “Jupiter’s Moon” dell’ungherese Kornel Mondruczo (già premiato a Cannes per “Delta”), che inizia alla “Il figlio di Saul” del suo connazionale Nemes per un viaggio in un Paese corrotto e violento, dove tutto si può comprare, seguendo un profugo che diventa angelo: un migrante ucciso da un poliziotto subito dopo aver varcato il confine torna in vita, vola e interviene nei destini della gente. Ma non è chiaro dove il regista voglia andare a parare.
Ultimi, ma forse no, uno dei favoriti della vigilia e una coppia che è stata una piccola sorpresa. Da una parte il cinema potente, fatto di piani sequenza, colori stupefacenti e tensione, di “Krotkaya – A Gentle Creature” dell’ucraino Sergei Loznitsa che parte da “La mite” di Dostojevskij per un viaggio per la Russia ridotta a grande carcere seguendo una donna, che parla poco ma osserva e ascolta molto, con il marito detenuto. Dall’altro l’adrenalina e l’ironia di “Good Time” di Bennie e Josh Safdie con Robert Pattinson, efficace nella parte di un rapinatore in fuga rocambolesca che potrebbe puntare pure al premio di miglior interprete.
Nicola Falcinella

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