Tra Guerra fredda, Aids e Siria, amori tormentati e sospirati

cold war

Meglio l’amore contrastato al tempo della “Guerra fredda” che quello a tempi dell’Aids. Nel concorso di Cannes sono passati il polacco “Cold War – Zimna wojna” di Pawel Pawlikoski (noto per “Ida”) e il francese “Plaire, aimer et courir vite” di Christophe Honoré. Il primo è un dramma sentimentale raffinato in 4:3 e in bianco e nero, zeppo di citazioni, dal Forman ceco (“Concurs”) ad Antonioni (“L’eclisse”). Un melodramma che parte nel 1949, nella campagna polacca, e arriva al 1964, seguendo l’amore tra Wiktor e Zula (Zuzana). Uno sta compiendo audizioni per trovare interpreti e canzoni del repertorio popolare rurale; l’altra ha talento e spirito e, soprattutto, tanta voglia di andarsene dal paesino. Da Varsavia il gruppo folkloristico accetterà compromessi, come cantare e ballare canti internazionalisti davanti alle gigantografie di Stalin e Lenin, così la coppia avrà modo di andare all’estero per esibirsi e fuggire, verso una Parigi libera dove si suona il jazz nei locali e sembrano esserci nuove possibilità. I due sono sempre in contro tempo e l’amore resta una possibilità, presente eppure sospesa. Dai canti contadini a “Blue Moon” di Ella Fitzgerald o “24.000 baci” di Adriano Celentano, la scelta musicale è varia. Pawlikoski innesta uno spirito anticomunista non troppo marcato, mette i campi di lavoro per i dissidenti, senza insistere troppo, il suo sguardo sulla Polonia del passato è chiaro, ma non troppo definito. L’obiettivo è replicare il successo del film precedente e piacere a cinefili e non. La fotografia contrastata, con figure umane mai a schermo intero, quasi sempre riprese dall’alto, è fatta per restare impressa. Aiutano il regista le prove degli attori: Joanna Kulig è superba e ha una grande presenza scenica, interpreta una donna piena di vita e sfrontata, mentre Tomasz Kot è figura drammatica capace di sopportare grandi pene. Un film buono e piacione, che pecca di eccesso di confezione, troppo calibrato.
“Plaire, aimer et courir vite” di Christophe Honoré sembra invece quasi un remake di “120 battiti al minuto” di Robin Campillo, Gran Prix a Cannes un anno fa, senza averne l’energia. Siamo nel 1993 e il drammaturgo parigino, omosessuale e malato di Aids, Jacques Tondelli (il riferimento a Pier Vittorio, l’autore di “Altri libertini”, è evidente) incontra il giovane studente bretone Arthur. I due si innamorano, ma vivono la storia in modo diverso. Per uno è come un inizio, un’apertura alla vita e una scoperta; per l’altro, che vive con il figlio Louis detto Loulou, è un momento di sollievo in un frangente difficile, mentre la salute si fa più precaria. Arthur frequenta l’associazione Act Up, la stessa di “120 battiti”, ma senza assemblee, questo è un film più intimo, ma anche più stereotipato e già visto. Legato al periodo storico è l’andare al cinema a vedere “Lezioni di piano”, mentre il regista paga qualche debito, con i riferimenti a “Ernesto” di Umberto Saba e la visita al cimitero di Pere-Lachaise sulle tombe di Koltes e Truffaut.
Interessante e vitale, in Un certain regard, il siriano “Mon tissu préféré” di Gaya Jiji. Siamo a Damasco nel marzo 2011, mentre stanno iniziando le proteste contro il governo Assad. L’adolescente Nahla vive con due sorelle e la madre vedova. Sogna spesso un uomo e si prepara a incontrare Samir, venuto dall’America per una moglie del suo Paese d’origine. Il matrimonio è la speranza di una vita nuova all’estero per tutta la famiglia. Alla designata, Samir preferisce però la sorella Maryam, che forse rientra più nei canoni usuali di bellezza. Nahla, che lavora come commessa in un negozio di vestiti, non si arrende alla solitudine e comincia a frequentare il bordello della signora Jiji, nello stesso condominio, due piani di sopra. Un dramma con momenti di commedia, tutto dal punto di vista delle donne, con interpreti molto brave. Una storia di crescita e iniziazione all’amore nell’arco di pochi giorni, mentre sullo sfondo la Siria si prepara a essere distrutta. Immagini documentarie all’inizio e alla fine lo testimoniano. “È un film per dire che siamo ancora vivi e che continuiamo a lottare, non per sopravvivere, ma per vivere” ha dichiarato la regista.
Nicola Falcinella

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