Il manierismo de “La giovinezza” e la critica di Jia Zhang-ke alla Cina di oggi e domani

la giovinezza

Our Rating

1

È un film che divide “Youth – Giovinezza” di Paolo Sorrentino. Il lungometraggio del regista premio Oscar per “La grande bellezza” è passato in concorso al Festival di Cannes, tra applausi e qualche buuu di disapprovazione, commenti molto negativi o molto positivi. La terza pellicola italiana in gara era molto attesa, dopo la buona accoglienza per “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone e quella entusiasta anche da parte degli stranieri per “Mia madre” di Nanni Moretti. Il regista napoletano conferma però l’involuzione manierista in corso da “Il divo”. Un cinema fatto sempre più di sequenzine chiuse, infarcite di battutine sarcastiche più o meno ciniche, raccordate tra loro da musiche che fanno ripartire la trama, in questo caso più esile che mai. Siamo nel hotel tra le montagne in Svizzera dove due amici ottantenni, Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel), trascorrono le vacanze. Un’amicizia lunga una vita, con un piccolo tarlo, l’aver amato la stessa ragazza da adolescenti. Ora il primo è un compositore e direttore d’orchestra in pensione, ricordato solo per il brano “Una canzone semplice” composto per la moglie, che non vuole più dirigere, neppure per la Regina d’Inghilterra. L’altro è un regista deciso a realizzare una pellicola testamento, al lavoro con un gruppo di sceneggiatori e deciso a convincere la sua attrice feticcio a interpretarlo. Nell’hotel si muovono una prorompente miss Universo, un sosia di Maradona, un finto Hitler, un attore famoso per un ruolo solo (e sembra di vedere “Birdman”). Un esercizio di stile che può sfiancare lo spettatore con i suoi carrelli e movimenti di macchina o affascinarlo, ma riafferma il poco amore del regista verso i suoi personaggi. Un cinema che spreca le idee buone (per esempio Fred e il concerto delle mucche), infarcito di riferimenti pop, di strizzatine d’occhio, alla ricerca della risatina e troppo incline all’autocompiacimento.

Notevole al contrario “Mountains May Depart” del cinese Jia Zhang-ke, davvero uno dei più belli del concorso. Il Leone d’oro per “Still Life”, più volte in gara a Cannes (l’ultima volta fu premiato per “Il tocco del peccato”) e Venezia, si conferma uno dei maggiori interpreti dell’oggi e candida l’Asia (in grande spolvero soprattutto nella sezione Un certain regard) per la Palma. Una famiglia còlta in tre anni diversi, il 1999, il 2014 e il 2025, una storia aperta e chiusa da un ballo sulle note di “Go West” dei Pet Shop Boys. Nel lungo prologo in formato 4/3, Tao è una giovane di Fenyang, corteggiata da due amici, l’ambizioso uomo d’affari Jinsheng e il minatore Liang. Cederà al primo inducendo l’altro a lasciare la città. Nel secondo momento la coppia si è già separata e il ragazzo, che studia a Shanghai in una scuola d’élite, torna spaesato a trovare la madre. Liang, malato, cerca in prestito i soldi per curarsi, Molti anni dopo, emigrati entrambi a Melbourne, il figlio avrà bisogno dell’interprete per parlare con il padre. E ancora si ricorda l’aereo malese scomparso nel nulla lo scorso anno. Un altro film molto chiaramente politico per Jia Zhang-ke, molto critico sulla Cina di oggi (e di domani), gli arrichiti e la perdita delle radici, ma anche sentimentale, quasi melodrammatico.

Tra i film modesti in gara anche “Marguerite et Julien” della francese Valerie Donzelli. Da una storia scritta da Jean Gruault negli anni ’70 per Francois Truffaut, che non era convinto, è partita la regista de “La guerra è dichiarata”. Un fatto vero accaduto nel ‘600, trasposto con ampie libertà di adattamento, tra ambienti e società del tempo e automobili e persino un elicottero. Siamo nel nord della Francia e i due fratelli aristocratici crescono molto legati, poi Julien è mandato in collegio a studiare, Marguerite costretta a sposare un uomo più grande che non ama. Si ritroveranno a consumare una relazione incestuosa con epilogo tragico, che Donzelli mostra nel modo più piatto e modaiolo possibile senza aggiungere nulla sul tema. Il canadese Denis Villeneuve conferma, dopo il ricattatorio “La donna che canta”, fautore di un cinema di poca sostanza. Stavolta si cimenta con la storia di agenti in lotta con i boss messicani della droga che vorrebbe essere “Traffic” ma è inverosimile, telefonato e moralista e spreca Benicio Del Toro, Emily Blunt e Josh Brolin. Bella solo la fotografia di Roger Deakins, lo storico collaboratore dei Coen che sono anche presidenti della giuria di Cannes.

Nicola Falcinella

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>