Farhadi apre il Festival di Cannes senza entusiasmare

todos lo saben

Un 71° Festival di Cannes con pochi film delle major americane ha aperto con forse il più mainstream tra i 21 in concorso. “Todos los saben” è l’ottavo lungometraggio dell’iraniano Asghar Farhadi, il sesto con una circolazione festivaliera e il quarto con una notorietà internazionale, arrivata con l’Orso d’oro a Berlino e l’Oscar per “Una separazione” del 2011. Il regista di Tehran torna di nuovo a girare all’estero: dopo la Francia de “Il passato”, è la Spagna, per una coproduzione che vede coinvolta pure l’italiana Lucky Red. Un film che delude un po’ critica e cinefili e che potrà piacere al pubblico in sala o in televisione. Laura (Penelope Cruz) è una quarantenne sposata da anni in Argentina che torna al paese, in una Castiglia che sembra anni ’60, per un matrimonio. È accompagnata dal figlioletto e dalla figlia adolescente, che, dopo un flirt con un coetaneo, sparisce nel nulla all’improvviso durante la festa. La famiglia pensa a pagare un riscatto per i rapitori, che nei loro messaggi tradiscono un’improvvisazione, e si rivolge al vicino viticoltore Paco (Javier Bardem), che aveva avuto una relazione giovanile con la madre della scomparsa. Nessuno parla ma, come recita il titolo, “tutti lo sanno”, così bisognerà fare i conti con segreti ed episodi del passato che riaffiorano. La storia mette insieme elementi già presenti nelle opere precedenti: persone che scompaiono costringendo gli altri a fare i conti con il passato, sospetti, separazioni e dubbi morali. Se la tensione regge, la parte sentimentale funziona meno, il melodramma è poco controllato, anche la scrittura meno precisa e un montaggio forse affrettato.
Un film che servirà a far conoscere il regista a un pubblico più largo, ma aggiunge poco alla sua poetica. Speriamo si tratti solo di un mezzo inciampo, per Farhadi, e non l’inizio di un cedimento ai compromessi: se i suoi temi sono da sempre universali, ambientazioni a lui poco note rischiano di snaturarlo.
Molto convincente è “Donbass” di Sergei Loznitsa, ucraino che vive in Germania, che ha aperto la sezione ufficiale parallela Un certain regard. Uno dei migliori registi europei di oggi, tra i pochi a lavorare sia sul terreno del documentario sia su quello di finzione con pari risultati. Una pellicola che inizia e finisce sul set di un film. Loznitsa cerca di mettere in scena l’orrore e la follia della vita quotidiana nell’Ucraina di oggi, attraverso diversi episodi che si susseguono, tra dramma e grottesco, sebbene prevalga il primo. Per quanto sia riconoscibile la mano decisa del regista e i suoi lunghi pianisequenza, lo stile fa pensare un po’ anche ad alcuni lavori di Alexei Balabanov e di Pavel Lungin oltre a “La polveriera” di Goran Paskaljevic per la struttura e il cercare di restituire l’atmosfera violenta di una terra mettendo insieme tanti pezzi diversi. Qui non c’è il tragicomico balcanico, ma c’è in comune l’assurdo, il disinteresse verso ciò che accade e anche un passato cristallizzato: dopo aver accusato di fascismo e minacciato un giornalista tedesco che cerca solo di fare il suo lavoro, i soldati filorussi concludono “almeno tuo nonno è stato fascista”. Una situazione sul filo del precipizio, dove l’altro è solo nemico, dove si cerca di trafficare e fare affari lo stesso. Loznitsa sembra voler tenere insieme i pezzi, non risparmia nessuna delle due parti, né l’Ucraina, né gli indipendentisti della parte orientale. La fine che attende truccatrici e attrici del film ammonisce su quanto non si possa davvero raccontare ciò che avviene in quel Paese.
Nicola Falcinella

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