Cannes applaude “Fai bei sogni” di Marco Bellocchio

Marco Bellocchio porta sullo schermo il romanzo autobiografico “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini e la vicenda del popolare giornalista torinese si trasforma, nelle mani regista piacentino de “I pugni in tasca”, “Buon giorno, notte” e “Vincere”, in un film molto personale e riuscito. Nella pellicola, che è stata presentata e applaudita nella sezione Quinzaine des realisateurs del Festival di Cannes, ritornano molti temi legati alla famiglia e particolarmente cari al cineasta. L’infanzia del protagonista tra fine anni ’60 e primi ’70 è narrata in flash-back a partire dal 1999, con il suo ritorno, ormai quarantenne, nella casa vuota da vendere dopo la morte del padre. Era stato un bambino timido, educato, intelligente, con una forte infatuazione verso la madre, con la quale ballava il twist e guarda in tv “Belfagor”, che diventerà . La donna si uccise quando Massimo aveva nove anni, provocandogli uno shock che il padre anaffettivo non seppe tamponare: insieme andavano solo allo stadio per tifare Torino. Nasce l’ossessione del protagonista verso la figura materna e la sua scomparsa, che porterà con sé anche nell’età adulta, mentre sviluppa una personalità chiusa e trattenuta e intraprende l’attività di giornalista sportivo sognata da ragazzino, quando sul terrazzo si immaginava telecronista delle partite. Una svolta nella carriera avviene quando assiste al suicidio del “presidente” (Fabrizio Gifuni) accusato per Tangentopoli nel ’92, mentre sulla vita privata ha grande effetto la missione come inviato di guerra a Sarajevo l’anno seguente. Testimonia in Bosnia una coda per l’acqua, con un mezzo Onu che protegge le donne dai cecchini mentre attraversano la strada. Poi si recano sul luogo di una strage e assiste alla messa in scena di un fotografo che dispone un ragazzino che gioca a un videogioco vicino al cadavere di una donna morta per poterli ritrarre nella stessa inquadratura. Forse non è un caso che, proprio al rientro a Roma dopo questa esperienza, venga colpito dalla prima crisi di panico. Intanto non si placa la voglia di sapere della madre, di scoprire la verità che gli era stata celata. Un giorno, sul giornale, Gramellini risponde alla lettera di un lettore raccontando la sua storia in modo toccante e diventa all’improvviso diventa famoso: tanti lettori commentano la sua testimonianza e chiedono il suo parere. Bellocchio va avanti e indietro nel tempo senza perdere mai il filo, suggerendo connessioni, evitando didascalismi, portandoci dentro la mente e le emozioni del personaggio, interpretato con convinzione da Valerio Mastandrea, molto bravo nel rendere le diverse sfumature, anche l’essere attonito spettatore della vita. Se la prima parte è costellata da tanti corridoi e stanze semibuie, adeguati alla storia ma cifra dei lavori più recenti di Bellocchio che tendevano a una riproposizione del già detto, la seconda ora è un crescendo toccante, un’esplorazione della famiglia contemporanea e del rapporto figli genitori di rara forza dolce e grande intelligenza emotiva: uno dei migliori Bellocchio degli anni 2000, il più toccante da “Buon giorno, notte”.
Nicola Falcinella

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