Alla 69° Berlinale entusiasmano i documentari musicali

Amazing Grace

Musica protagonista in due dei migliori film presentati alla 69° Berlinale. Senza esserlo nella forma, sono due ritratti molto belli di due cantanti: una delle più grandi, Aretha Franklyn, e, quanto meno, una delle più originali, PJ Harvey. “Amazing Grace” di Alan Elliott rinnova la magia del disco gospel di Aretha Franklyn registato dal vivo il 13 e il 14 gennaio 1972 alla New Bethel Baptist Church nel quartiere di Watts a Los Angeles, nel corso di due notti con il pubblico in sala. Il grande Sydney Pollack filmò tutto per Warner Brothers con cinque camere 16mm, ma per “ragioni tecniche” il film non fu mai finito. In realtà, probabilmente per inesperienza, non furono battuti i ciak all’inizio di ogni rullo, così non fu possibile sincronizzare con facilità le immagini con il sonoro. Nel giugno successivo l’album uscì con grande successo, ad agostò la Warner rinunciò al film e tenne in deposito il materiale. Pollack non rinunciò, ma, tra un impegno e l’altro, non lo potè portare avanti e, ormai malato, affidò il progetto al produttore Elliott. Questi, ha montato solo le riprese delle due notti, senza alcun commento, con immagini di Los Angeles del tempo all’inizio e qualche cartello introduttivo. Il vulcanico reverendo James Cleveland introduce ogni brano e canta, alle spalle c’è il coro Southern California Community Choir a comporre un sostegno potente per la protagonista. Aretha Franklyn è pazzesca, non dice quasi nulla, con la voce fa ciò che vuole e suona il piano su un paio di brani. È interprete travolgente, con passaggi da brividi: nel finale canta una meravigliosa “Never Grow Old” mentre intorno a lei succede di tutto e una donna ha una crisi, mentre la cantante termina l’incisione. Nella seconda notte arrivano pure il padre di Aretha, che tiene un discorso, e Clara Ward e si vedono per un attimo Mick Jagger e Charlie Watts tra il pubblico. Un film essenziale ed entusiasmante, di grande musica ed emozioni forti, che restituisce l’anima di una cantante, di una cultura e lo spirito dei primi anni ’70. Un film musicale magnifico.
Molto bello pure “A Dog Called Money” del fotografo Seamus Murphy, presentato nella sezione Panorama. Un lavoro che è limitativo chiamare documentario, per come ripercorre i momenti che hanno ispirato e le registrazioni del disco “The Hope Six Demolition Project” della cantante PJ Harvey. Il film nasce dai viaggi fatti dalla musicista britannica, che ha accompagnato più volte Murphy nei suoi viaggi e qui ripresa in Afghanistan, Kosovo e a Washington DC. Dagli appunti di viaggio sono nate le 11 tracce dell’album del 2016. Cantante di culto e artista versatile, PJ Harvey è nota per i suoi brani e per le collaborazioni con Nick Cave e Thom Yorke. Il regista, al primo documentario, ha la capacità di cogliere e restituire lo sguardo che la musicista ha sul mondo, inoltre di raccontarne l’ispirazione e tutto il processo creativo. Non un ritratto, bensì associazione libera di pensieri, poche parole, immagini, note. Un film quasi ipnotico, che cattura dentro un’atmofera unica, coinvolgente e sorprendente e conduce nel mondo di una delle più originali artiste di oggi. È anche un’esplorazione di luoghi e di come funziona la creatività.
Nicola Falcinella

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