“Acrid”, l’acre della società iraniana

poster Acrid

Un ragazzino malato avanza strisciando nel corridoio della clinica, poi mette in difficoltà l’infermiera che lo assiste. All’infermiera più esperta non nasconde di spiarla mentre si cambia i vestiti nello spogliatoio e di considerare normale questo comportamento. È l’inizio di “Acrid”, che significa “acre, aspro”, primo film dell’iraniano Kiarash Asadizadeh, già in concorso al Festival di Roma 2013. Un’opera molto interessante dominata dalla sensazione del titolo, una sensazione di sgradevole pur nella quotidianità mostrata con un realismo piano che sa essere inquietante. Un film di storie di donne tutte legate tra loro, con una struttura circolare, a chiudersi: forse nell’ineluttabilità di un circolo vizioso, forse a ripartire dall’inizio per un cambiamento, non a caso con il personaggio più giovane. Una struttura chiusa come era ne “Il cerchio” (1999) di Jafar Panahi, adattato all’Iran cambiato ma ancora difficile per le donne di quindici anni dopo. Qui ce ne sono quattro, di età diverse, di condizioni sociali buone, tutte espressione della borghesia, c’è persino una professoressa universitaria. Tutte lavorano o studiano, sono mediamente soddisfatte fuori casa, ma hanno problemi con i loro uomini, che siano mariti, fidanzati o amanti. Tutti fedifraghi, inaffidabili e prepotenti. Un po’ malati, come suggerirebbe l’incipit. Vicende personali legate narrativamente dagli uomini, due in particolare. Jalal è un ginecologo, marito della dottoressa Soheila dell’inizio. Nel suo studio ha l’abitudine di assumere solo segretarie nubili e, quando la precedente si dimette per sposarsi, assume Azar, che ha bisogno di uno stipendio e gli nasconde di essere sposata con Koshro. Del resto, questi ultimi due stanno completando le pratiche per il divorzio e litigano regolarmente davanti ai figli. L’uomo, titolare di una scuola guida, ha già una relazione con una sua allieva, Simin, che insegna chimica all’università. E tra le sue allieve c’è la giovane figlia di Jalal e Soheila, che scopre suo malgrado che il suo compagno di corso e fidanzato la tradisce con una sua amica. Storie che si svolgono nell’arco di pochi giorni, in un alternarsi di combinazioni di litigi, infedeltà, sotterfugi e inganni. Il genere maschile non ci fa una buona figura, ma l’intera società è presa di mira, con una critica profonda e circostanziata senza manicheismi. Non c’è rassegnazione, ma tutte lottano e tutte, a modo loro, prendono le loro cose per andarsene, cercano di cambiare la loro condizione di vita. Asadizadeh dimostra uno sguardo consapevole e una maturità nel racconto e nella gestione delle diverse storie, un intreccio che mai appare programmatico o meccanico, ma convince nel cercare di raccontare un aspetto della vita in Iran.

Nicola Falcinella

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