Steven Soderbergh spaventa Berlino con il bel thriller “Unsane”

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Il versatile Steven Soderbergh torna al Festival di Berlino, fuori concorso, con “Unsane”, un bel thriller horror psicologico girato con un iphone. Da sempre il regista di Atlanta ama sperimentare e cimentarsi con progetti molto diversi tra loro, a grande budget o molto ridotto, come in questo caso.
Sawyer Valentini (Claire Foy, già molto apprezzata in “Ogni tuo respiro”) è una giovane donna che si trasferisce da Boston alla Pennsylvania per sfuggire alla violenza e a uno spasimante più insistente del dovuto. La protagonista cerca una nuova vita e una carriera, ma il lavoro non è stimolante e qualcosa del passato continua a turbarla. Quando chiede aiuto a una specialista, si ritrova chiusa in una clinica psichiatrica. Fatta passare per pazza, è costretta in un istituto che è insieme un manicomio e prigione: nessuno sembra crederle e il sistema non è in grado di aiutarla. E torna a materializzarsi l’infermiere che la perseguitava. Per la giovane è un viaggio negli abissi delle proprie paure, messa totalmente in discussione, rimasta da sola, a interrogarsi se davvero non stia diventando pazza e cosa sia reale e cosa non lo sia.
Il titolo suggerisce qualcosa di “insano” che alita e lo spettatore lo percepisce anche grazie allo strumento di ripresa. Se non si tratta del primo film girato con un cellulare, Soderbergh lo fa diventare parte in causa, con effetti di realismo e distorsione, resi dalla vicinanza e dalla pixelatura. In questo modo il regista enfatizza la sensazione di persecuzione, esplorando il labile confine tra terrore e paranoia, con una tensione che regge fino alla fine. Ne risulta un thriller inquietante, che esplora la mente della vittima e pure le condizioni in cui si trova a muoversi. Lo stalking è vissuto più che raccontato, si parteggia per Sawyer e insieme si vivono i suoi dubbi, anche quello che sia tutta una fantasia.
Ancora una volta il regista, uno dei più importanti del cinema contemporaneo e forse non abbastanza considerato, cambia stile, vuole spiazzare, e ci riesce. E di nuovo, dopo “Contagion”, “Effetti collaterali” o la serie “The Knick”, torna a occuparsi del sistema sanitario nelle sue diverse sfaccettature torna spesso: la malattia, il contagio, la paura, sempre tra la ricerca di rimedi e un’inquietudine diffusa. Matt Damon fa un cameo nei panni di un poliziotto esperto di sicurezza personale che spiega come usare il telefono e il social per non lasciare tracce. Tutto per la protagonista passa da quel dispositivo e da là sembrano arrivare le minacce. Anche questo rende appassionante e credibile il viaggio nelle ossessioni e nelle paure della donna, rese anche dal colore blu che contraddistingue le scene più d’impatto.
Nicola Falcinella

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