“Cinema Komunisto”

cinema komunisto

Un Paese che non c’è più raccontato attraverso il cinema e la passione cinefila del suo fondatore e presidente a vita, Tito. È la Jugoslavia che emerge nel bel documentario “Cinema Komunisto” (2010) di Mila Turajlić, già vincitore del Trieste Film Festival nel 2011, che arriva solo ora nelle sale, grazie a Cinecub Internazionale Distribuzione che dall’ex Jugoslavia ha portato già “Parada” e “Figlio di nessuno”.

Un affresco originale e per certi versi inedito sul cinema “di regime” di quel Paese durato solo dal 1945 al 1991, come recita un’iscrizione che pare una lapide funeraria all’inizio del documentario. Un Paese “che non c’è più se non nei film”, nei tanti realizzati perché Tito utilizzò anche, sull’esempio sovietico, la settima arte come strumento di propaganda. Un racconto arioso, epico, sentimentale, dove aleggia un’aria di nostalgia ma non di accondiscendenza, che ha richiesto alla regista esordiente un lavoro di quattro anni per documentarsi, raccogliere materiali e interviste e montare 100 minuti di film che non perdono mai ritmo e interesse.

La Turajlić ha utilizzato frammenti di 56 lungometraggi, da “Slavica” (1947) di Vjekoslav Afrić a “Lepa sela lepo gore” (1996) di Srdjan Dragojević, per raccontare epopea e dissoluzione di una nazione. A legarle le voci di alcuni protagonisti

Il protagonista principale è Aleksandar Leka Konstantinović, per 32 anni proiezionista personale di Tito, che nella sua casa aveva una sala proiezioni attrezzata, ora distrutta dopo i bombardamenti Nato del 1999 su Belgrado. Racconta del maresciallo che guardava un film tutte le sere, film di tutti i generi, preferendo i western e, tra gli attori, John Wayne e Kirk Douglas. Sul suo diario ha annotato tutte le proiezioni: in totale bel 8801, circa 300 l’anno in media (e una punta a 365) e 16 nel 1980 quando Tito morì.

Ogni giorno alle 18 il Presidente chiedeva “Che si vede stasera?”, e poi si sedeva nella sala. Nel caso ci fossero ospiti a cena. si ritardava il film. Di solito Tito si fidava di ciò che il proiezionista recuperava, ma quando non gli piaceva un film se la prendeva con lui e doveva intervenire la moglie a difendere Konstantinović: “Lui è solo il proiezionista, non il regista!”.

Tra i molti aneddoti, Konstantinović ricorda di quando aveva proiettato un film per la seconda volta e Tito se ne accorse e gli fece notare di averlo già visto cinque anni prima.

Il rapporto complesso del maresciallo con il cinema emerge anche rpercorrendo quanto amasse stare con le star americane, a Belgrado, al festival di Pola o sull’isola di Brioni dove dava i ricevimenti e ospitava gli attori. Tra loro Yul Brinner e Orson Welles (protagonisti nel ’68 del kolossal storico “Bitka na Neretvi – La battaglia della Neretva” di Veljko Bulajić, altro intervistato dalla Turajlić), Alfred Hitchcock, Alain Delon, Kirk Douglas, Sophia Loren e Carlo Ponti. E soprattutto Liz Taylor e il marito Richard Burton, chiamato a interpretare il leader comunista in “Sutjeska – La quinta offensiva” di Stipe Delić, pellicola che segnò un passaggio importante; per la prima volta Tito accettò di essere rappresentato sullo schermo.

Ci sono anche la costruzione e la crescita di Avala, la Cinecittà belgradese, edificata per ospitare le troupe straniere che portavano valuta pregiata: tra i film realizzati anche “The Long Ship” di Jack Cardiff o “La strada lunga un anno” di Giuseppe De Santis. Glistabilimenti semi-abbandonati a inizio anni ’90 tornano nel finale di “Cinema Komunisto”, che si chiude con la fine della Jugoslavia, con il Festival di Pola del ’91 sospeso per l’inizio della guerra.

Nicola Falcinella